Anno: 2012

  • Manifesto per un nuovo modello di ricerca e offerta di lavoro in Italia

    Manifesto per un nuovo modello di ricerca e offerta di lavoro in Italia

    Questa riflessione parte da due assunti:

    1) Rispetto a quanto avviene in Paesi simili al nostro, in Italia il mercato delle società di intermediazione online è notevolmente ridotto.

    2) Le agenzie interinali italiane sono in proporzione tra le più forti in Europa.

    Questi fenomeni non sono di certo sufficienti a spiegare la crisi dell’occupazione che affligge il nostro Paese, ma rappresentano senz’altro tasselli significativi di questo puzzle. Si invita perciò a riflettere sull’ipotesi che in Italia in molti faticano a trovare un impiego non solo perché l’offerta è bassa a causa dell’attuale contesto macroeconomico, ma anche perché i servizi di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro sono carenti, la regia dello Stato in questo settore distratta, la comunicazione tra mondo accademico e mondo del lavoro insufficiente, e, aspetto da non sottovalutare, nelle scuole non si racconta abbastanza il mondo del lavoro e non si spiega a sufficienza quali siano i possibili percorsi professionali.

    I governi come si sono comportati finora? Oltre ad aver dato vita ad un sistema in cui gli ammortizzatori sociali sono carenti e la flessibilità del lavoro elevata, non hanno elaborato una solida strategia di lungo periodo volta migliorare le modalità della ricerca d’impiego. L’architettura dell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro in Italia pare schizofrenica, asimmetrica ed incoerente: gli strumenti offerti dallo Stato, quali i centri di impiego, Almalaurea, Cliclavoro e Campus Mentis sono inadeguati, non sono messi a sistema e, essendo carente il dialogo con i player privati del mercato del recruiting, formano uno quadro inefficiente.

    Questo non è un manifesto a supporto delle agenzie di recruiting online, ma un appello alle istituzioni perché si impegnino a razionalizzare il mercato dell’intermediazione, della selezione e del recruiting.

    Quello che auspico è che i Ministeri del Lavoro, dello Sviluppo Economico, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nonché le principali società di recruiting ed intermediazione e tutti gli altri stakeholders di questo mercato accantonino gli interesse di parte, adottino un approccio cooperativo e si siedano intorno a un tavolo per delineare una nuova architettura di questo mercato.

    Perché dovrebbero farlo? Un unico portale visibile, riconoscibile e fruibile, che goda del credito del governo, che sia più efficace di Cliclavoro e che coinvolga le società di recruiting online avvantaggerebbe sia le istituzioni, che ne guadagnerebbero in termini di consenso, sia le società di recruiting, il cui mercato si espanderebbe, sia, soprattutto, i giovani stessi, che potrebbero contare su strumenti più funzionali e solidi per la ricerca di impiego.

    A questo portale si dovrebbe accompagnare, sul lato della formazione, una politica mirante a parlare di più e meglio di lavoro nelle scuole: nelle scuole primarie e secondarie si dovrebbero dedicare più tempo ed energie nello spiegare quali percorsi professionali esistono, alimentando i sogni degli studenti e coltivandone le vocazioni.

    Concludendo: diffondere le pratiche della pubblicazione dei posti vacanti da parte delle imprese e della candidatura online attraverso invio di curriculum e lettera motivazionale da parte di coloro che cercano lavoro equivale a promuovere la cultura del merito e della trasparenza in un Paese dove, per l’assegnazione dei posti di lavoro, la logica del contatto personale è quella dominante.

     

    Cosa ne pensi? Leggi la versione integrale e commenta!

    Link: Manifesto per un nuovo modello di ricerca e offerta di lavoro in Italia

     

    Articolo di Mattia Corbetta, 27 anni, laureato in relazioni internazionali e internazionalizzazione dell’impresa, laureando in storia contemporanea, è consulente per i Ministeri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti.

    Contattami su Linkedin

    Questo documento riflette esclusivamente le opinioni dell'autore, senza impegnare la responsabilità delle Istituzioni di appartenenza.
    
    Foto: by woodleywonderworks via Flickr, CC Attribution
  • SingRing: condividere contenuti musicali legalmente

    SingRing: condividere contenuti musicali legalmente

    Per gli editori del mondo digitale la condivisione di contenuti musicali e la preservazione del diritto d’autore rappresentano sia un binomio inscindibile che una spinosa questione… a semplificare tutto ci pensa SingRing.

    SingRing nasce nel 2009 come startup di Digital Magics, creata per risolvere l’annosa questione della condivisione di contenuti musicali nel pieno rispetto del diritto d’autore, pochi giorni fa ha lanciato “Progetto Video” firmando gli accordi con EMI Music, Sony Music Entertainment, Universal Music Italia e diverse etichette indipendenti. Grazie a SingRing è possibile per gli editori pubblicare su web, mobile e Smart TV i videoclip ufficiali nel pieno rispetto del diritto d’autore.

    Secondo Luca Messaggi, CEO di SingRing:

    “Con SingRing nasce un nuovo network musicale cross editoriale che dà: ai publisher e alle record company la possibilità di trarre valore aggiunto dalla musica on-line, agli inserzionisti l’opportunità di raggiungere un target molto interessante su un piattaforma premium completamente pianificabile e agli utenti la possibilità di fruire di un esperienza totalmente innovativa grazie ai nostri contenuti di qualità”

    Vediamo ora i punti salienti di SingRing:

    #1 Contenuti:
    SingRing permette di integrare i contenuti in maniera contestuale, automatica e in tempo reale in ogni sito.

    #2 Vantaggi per gli editori:
    Tutti gli editori web possono valorizzare i propri siti, con un modello economico a shared revenues sugli introiti pubblicitari. Gli editori possono beneficiare anche degli accordi esclusivi che SingRing ha stipulato con concessionarie e gruppi media.

    #3 Vantaggi per le case discografiche:
    La partnership con SingRing consente alle case discografiche la creazione di un nuovo network, basato su una innovativa piattaforma, in grado di controllare i contenuti distribuiti legalmente.

    Nei primi tre mesi del 2012 la musica digitale ha raggiunto una quota di mercato pari al 30% del totale in Italia, sicuramente un numero da non sottovalutare ed appetibile per SingRing e per il mercato dell’advertising relativo ai video online.
    Grazie a SingRing ora è possibile condividere contenuti musicali nel web legalmente: un passo in avanti verso l’evoluzione del mondo digitale? Si.

     

    Il sito è raggiungibile presso: http://www.singring.com/

  • 5 buoni motivi per diventare un imprenditore

    5 buoni motivi per diventare un imprenditore

    Certo, quando si avvia la propria attività si diventa il proprio capo, si espande il potenziale di guadagno, e forse si cambia il mondo…
    Tutto questo lo sai già.
    Ecco alcuni motivi a cui però non hai mai pensato:

    1) Incontri un minor numero di mummie.

    Quando lavori per una grande azienda, tu rappresenti quella società.
    Quando si parla di venditori, fornitori, clienti, ecc, devi essere più un burattino e meno una persona.
    Più l’azienda è grande e più sali nell’organigramma, più burattino devi diventare.
    In breve, sei diventato una mummia dell’azienda e le tue bende nascondono la tua personalità.
    E, poiché le grandi aziende tendono a fare affari con le altre grandi aziende, si tende a interagire principalmente con altre mummie e le mummie, si sa, sono noiose.
    Le persone che iniziano una propria attività sono in grado di rimuovere la maggior parte delle loro bende. Non hanno nessuno a cui dover rendere conto, a parte se stessi.
    Nel bene o nel male, possono essere ciò che sono.

    2) Non hai bisogno di un’oasi.

    Ecco cosa succede quando si lavora per qualcun altro.
    Hai competenze: il datore di lavoro ti dice dove, come e quando applicare tali  competenze. Raramente arrivi a fare quello che vuoi fare nel modo in cui desideri farlo. Tu sei solo un ingranaggio di una macchina più grande.
    Più “ingranaggio” sei tenuto a diventare meno riesci ad esprimere te stesso nella vita lavorativa e più spesso potresti sentire la necessità di esprimere il tuo vero io nel tuo ufficio o area lavorativa.
    Da qui le foto e altri soprammobili sulla tua scrivania …tutte cose progettate per ricordarti che sei molto più di un semplice ingranaggio.
    Se inizi una tua attività, potresti essere ancora l’ingranaggio di una macchina più grande (la tua macchina…), perché non sempre si può fare tutto da soli, ma arriverai a decidere tu dove, come e quando applicare le tue abilità.
    E non sarà più necessario ricordarti che sei più di un semplice insieme di competenze necessarie per essere utilizzato a discrezione dal tuo datore di lavoro.

    3) Coltivi le tue passioni.

    La maggior parte degli imprenditori iniziano un business a causa di un interesse.
    Un business basato su un interesse, un hobby o una passione ha molta più forza di qualunque altro business iniziato per altri motivi, ad esempio perché un determinato tipo di prodotto o di mercato “tira”.
    Poi l’equilibrio vita-lavoro è molto meno problematico.
    Quando fai quello che ti piace, è solo vita, non lavoro.

    4) Batti il fisco al suo stesso gioco.

    Anche se quanto segue non deve essere considerata come una consulenza legale o finanziaria e dovreste sempre cercare la guida di un professionista qualificato, possedere una propria attività consente di attingere ad innumerevoli agevolazioni e vantaggi fiscali.
    Nelle circostanze giuste si possono dedurre cose come: tempo libero, viaggi,  educazione, veicoli, ecc… la lista è lunghissima.
    E se sei intelligente non vedrai tutto questo come un male necessario, guardalo come un altro modo per massimizzare il ritorno dei tuoi affari e per appendere di più sui tuoi soldi.

    5) Il portico sarà molto più divertente.

    Un giorno ti siederai (metaforicamente) sulla tua veranda e guarderai indietro alla tua vita.
    Probabilmente ti rammaricherai solo di alcune cose, ma questi sono gli errori che hanno contribuito a renderti la persona che sei.
    Quello che sicuramente ti dispiacerà sarà il non aver provato delle cose, specialmente se la ragione per cui non hai provato è la mancanza di fiducia o la paura dell’ignoto.
    Una delle frasi peggiori che potrai dire sotto il portico inizierà con: “Mi chiedo cosa sarebbe successo se…”.
    Non guardarti indietro e meravigliarti. Se vuoi avviare un’impresa, fallo e basta. Ci sono molti modi per limitare il rischio.
    E se non ci riuscirai, almeno ci avrai provato.

    Liberamente ispirato a: Inc. Magazine
    Foto: By Danny Guy via Flickr, Creative Commons Attribution
  • Workshop a Treviso 13 Giugno: “Pronti ad esportare?”

    Workshop a Treviso 13 Giugno: “Pronti ad esportare?”

    Quando si pensa ad esportare i propri prodotti in un mercato estero i fattori da tenere in considerazione sono molteplici: dagli aspetti fiscali e doganali fino alla cultura del paese di “destinazione” passando per le normative internazionali ed il marketing.
    Esportare richiede formazione personale ma anche sostegno da parte di chi di export se ne intende e lo fa di mestiere, ad ognuno il suo insomma.
    Per quel che riguarda la formazione personale ci sembra importante segnalare questo workshop gratuito organizzato dalla Camera di Commercio di Treviso dal titolo “Pronti ad esportare? – introduzione alle principali problematiche del commercio estero.”

    Obiettivo dell’evento?

    Fornire un quadro sintetico ma al tempo stesso utile per identificare quali sono le principali tematiche che le imprese devono essere in grado di affrontare per gestire al meglio le operazioni commerciali con i clienti esteri.

    Programma:

    • Panoramica sulla contrattualistica internazionale;
    • I diritti di proprietà industriale nei rapporti internazionale;
    • Pagamenti internazionali e recupero del credito all’estero;
    • Gli aspetti fiscali e doganali delle operazioni internazionali;

    Il termine per aderire al workshop è l’8 di giugno e l’evento si terrà presso la sala conferenze della Camera di Commercio di Treviso, Piazza Borsa, 3/B – Treviso. Per maggiori informazioni e per iscriversi consulta questa pagina della Camera di Commercio di Treviso.

     

  • Workshop a Padova 12 Giugno:  “Come evitare i mancati pagamenti?”

    Workshop a Padova 12 Giugno: “Come evitare i mancati pagamenti?”

    La Camera di Commercio di Padova ha organizzato per il 12 Giugno 2012 un workshop gratuito per le imprese e per i professionisti intitolato: “Incassi sicuri: come evitare i mancati pagamenti.”
    Avere una visione più completa, specialmente nel momento attuale, sul come tutelarsi in caso di insoluti ci sembra molto importante e si inserisce sicuramente in una nuova tendenza da parte dei professionisti a fare rete (vedi un precedente articolo sull’iniziativa veronese Virtubuzz) per tutelarsi da clienti inaffidabili.

    Come dicevamo il seminario della Camera di Commercio di Padova è gratuito ed è necessario solamente iscriversi online:

    – Seminario a Camposampiero 12 Giugno ore 9:00 (clicca qui)
    – Seminario a Padova 12 Giugno ore 15:00 (clicca qui)

    Riportiamo il programma del corso così potrete capire se potrebbe interessarvi e fare al caso vostro:
    – Quel cliente mi pagherà?  Informazioni sull’affidabilità commerciale;
    – Mi organizzo per diminuire il rischio di non essere pagato;
    – Non sono stato pagato: che cosa posso fare? (dai solleciti alle azioni legali da intraprendere);
    – La mediazione civile come metodo per recuperare i propri crediti;

    I docenti? 

    • Liana Benedetti, funzionario della Camera di Commercio di Padova coordina varie attività di promozione economica, di promozione dell’imprenditorialità e di formazione.
    • Riccardo Casarin, avvocato in Venezia. Esperto in diritto societario, in procedure concorsuali e in contract management. E’ Senior advisor in VANCE dal 2005 nelle attività di due diligence, business transaction e fraud investigation.
    • Alessandra Grassi, avvocato. Si è occupata per diversi anni della gestione e recupero crediti presso istituto di credito. Ora è mediatore presso la Camera arbitrale nazionale ed internazionale di Milano, Monza e Istituto Superiore di Conciliazione di Bergamo.

    Liana Benedetti assieme all’Avvocato Alessandra Grassi hanno anche scritto un libro in merito all’argomento intitolato proprio “Incassi sicuri” libro di cui potete trovare un estratto in pdf qui.

    Per maggiori informazioni in merito al workshop consultate il sito della Camera di Commercio di Padova. 

    Foto by danielmoyle, via Flickr, Creative Commons Attribution.
  • Startup Chile: la via cilena per innovare

    Startup Chile: la via cilena per innovare

    Start-Up Chile è un programma creato dal Governo cileno che ha l’aspirazione di attrarre giovani imprenditori di alto profilo, incentivandoli ad iniziare la loro attività come startuppers nel paese sudamericano.

    Il programma è iniziato nel 2010 e nella fase pilota è riuscito ad attrarre 22 startup da 14 paesi diversi e ha come scopo di arrivare a oltre 1000 startup per il 2014, anno in cui il progetto terminerà.

    Scopo finale di questo programma è quindi quello di rendere il Cile il punto centrale, l’hub ,dell’ innovazione e imprenditorialità dell’America Latina. Il governo cileno e il ministero dell’economia ci credono profondamente, tanto che offrono condizioni parecchio vantaggiose.

    Come funziona Start-up Chile?

    Il Ministero dell’economia cileno ha creato un’agenzia chiamata InnovaChile gestito da giovani funzionari governativi al di sotto dei 35 anni, attraverso la quale sono stati stanziati circa 22 miliardi di pesos (circa 40$ mln), provenienti dal fondo pensionistico dei minatori. Harvard, MIT, Wharton, London School of Economics e Stanford completano il team, apportando le loro esperienze accademiche.

    Ogni progetto che riesca a passare le selezioni, viene finanziato con 40.000$, insieme ad un visto di un anno. Il finanziamento, a differenza di quello che fu il programma Yozma, è a fondo perduto: il governo cileno non chiede quindi nessuna quota societaria in cambio, né la partecipazione agli utili. Per la fase di sviluppo del progetto sono previsti sei mesi, al termine dei quali non è neanche obbligatorio restare in Cile o mantenere l’impresa in Cile. Viene offerta quindi una libertà pressoché totale e, nondimeno, l’accesso ai più interessanti network di capitali e persone presenti nel paese.

    Start-up Chile offre di conseguenza molto più che un finanziamento ed un visto per un’esperienza oltreoceano: il valore aggiunto è la possibilità di conoscere molti giovani da tutto il mondo e di entrare in contatto con alcuni grandi businessman internazionali di successo, che fungono da guida per i vari progetti, offrendo supporto ed esperienza ai giovani imprenditori. Interessante, vero?

    Perché il governo cileno “regala” soldi allora?

    Quanto descritto potrebbe suonare come un bel raggiro, ma in realtà il governo cileno ha un preciso obiettivo:  il programma infatti non prevede un’immigrazione senza criterio, ma piuttosto si focalizza sui giovani di talento, con idee e know-how, in grado di portare un vento di novità nell’economia locale. Con lo scopo creare il cosiddetto effetto contaminazione.

    Start-Up Chile si è guadagnato una considerevole attenzione a livello internazionale, venendo citato su magazine di rilievo come Forbes, The Economist, BusinessWeek, e TechCrunch, e ispirando anche altri programmi (Startup Americaper citarne uno). Che sia il caso di prendere ispirazione pure in Italia per far partire vigorosamente la scena startup?

     

  • Il programma Yozma: come il governo israeliano ha incentivato le startup

    Il programma Yozma: come il governo israeliano ha incentivato le startup

    Di tentativi di replicare il sistema della Silicon Valley nel mondo ce ne sono stati moltissimi e, per varie ragioni la maggior parte di questi esperimenti si è conclusa con un fallimento. Le ragioni di questi fallimenti sono molteplici e nella maggior parte dei casi sono da imputarsi a modelli di governante poco flessibili o ambiti territoriali troppo limitati.

    Eccezione in questo panorama è costituita dal fondo Yozma in Israele, un programma che in pochi anni ha accelerato la creazione del venture capital nel paese mediorientale. Yozma ha consentito ai nuovi fondi di venture capital di strutturarsi rapidamente, abbassando il rischio, favorendo l’afflusso di capitali stranieri tramite il co-investimento pubblico-privato e portando infine alla creazione di centinaia di startup tecnologiche.

    Si è trattato quindi di un esempio molto efficace di programma pubblico disegnato con intelligenza e che ha mantenuto gli incentivi di mercato.

    Il programma, nato nel 1993 e chiuso circa cinque anni dopo, presentava come caratteristiche:

    • Finanziamento pubblico del fondo di VC sponsorizzato con il 40% del fondo totale raccolto (es. privato investe 12mln$ e pubblico investe 8mln$) fino ad un massimo di 8mln$ per fondo;
    • i fondi che volevano rientrare nel programma dovevano operare affiancati obbligatoriamente da una istituzione specializzata straniera e/o da alcune israeliane. Nel momento in cui un fondo otteneva la collaborazione di tali enti, il governo investiva una somma pari a circa il 40 per cento del capitale raccolto (fino ad un massimo di 8 milioni di dollari);
    • I fondi sponsorizzati dovevano essere di emanazione straniera e con partnership strategiche industriali o finanziarie;
    • Investimento pubblico totale 100mln$.
    • upside incentivato, ovvero ogni fondo Yozma era titolare di una call option sulla quota di azioni delle start-up detenute dallo Stato, al costo (più interessi) con periodo di esercizio dell’opzione a cinque anni.

    E come conseguenze:

    • Israele è diventata la nazione con il più alto numero di società tecnologiche quotate al Nasdaq e con il più alto numero di brevetti hi-tech medici pro capite;
    • Una decina di fondi sponsorizzati, per un totale di 80mln$;
    • Il fondo Yozma Venture Fund ha investito direttamente in start-up 20mln$;
    • I cento milioni dei fondi governativi hanno attratto altri centocinquanta milioni di dollari derivanti da altri fondi privati (esteri e nazionali) con un’interessante effetto di leva;
    • tutti i fondi eccetto due hanno esercitato tale opzione sulle quote di azioni.
    • Dopo Yozma, è cominciato lo sviluppo del Venture Capital nel paese.

    Ora Yozma è un fondo di investimenti privato che investe a pari condizioni e senza nessun altro incentivo pubblico. Che sia possibile anche in Italia proporre un programma simile?

    Foto: Innovation by MeoplesMagazine via Flickr
  • Italia Startup Open Day: l’innovazione non nasce solo dalle grandi aziende

    Italia Startup Open Day: l’innovazione non nasce solo dalle grandi aziende

    Sabato 26 maggio ho partecipato all’evento Italia Startup Open Day e non posso che confermare il successo dell’evento: sono tornato molto “carico” e speranzoso. L’aria che si poteva respirare era sicuramente delle migliori: non solo per il fatto di essere in mezzo allo splendore della campagna veneta, ma anche per l’ambiente di H-farm stesso e le persone che mi circondavano. Inoltre, trovare un ministro che, rompendo completamente con la tradizione dei suoi predecessori, si presenta in “maniche di camicia” il sabato mattina, armato di block-notes e penna per gli appunti, e che umilmente ascolta le proposte e chiede chiarimenti non è sicuramente una cosa a cui siamo abituati. Mi auguro sia solo l’inizio di molti incontri su questo standard.

    La discussione è stata molto costruttiva e improntata alla praticità. Complice una moderazione molto precisa si è riusciti a limitare molti degli interventi alle questioni fondamentali, cercando di andare più possibile al punto delle questioni. Molti degli interventi sicuramente hanno avuto come tema problemi già noti a chi vive d’impresa: burocrazia asfissiante, imposizione fiscale eccessiva, regolamenti sul lavoro che non aiutano affatto il mondo startup, mancanza di strumenti societari (stock options, Spa semplificate, ecc.) che possano incentivare gli startupper ad impiantare il loro business in Italia.

    Si è parlato di prendere come esempio i piani del governo israeliano e cileno, per quanto riguarda l’incentivazione e lo sviluppo delle startup, di open data, di revisione della legge fallimentare, di proporre TED talks per alfabetizzare la popolazione alle tecnologie, di creare zone a burocrazia zero per verificarne gli effetti. Sicuramente molta “carne al fuoco”.

    Nonostante i vari problemi, i presenti si sono dimostrati molto propositivi limitando le lamentele: è stato a mio avviso molto positivo che le proposte non fossero tese alla richiesta di contributi di vario genere, ma piuttosto al cambiamento di strumenti che non funzionano. Che sia un segnale del rinnovamento della cultura d’impresa?

    Di sicuro le startup e gli investitori nostrani non mancano e sono decisi a fare tanto bene quanto i colleghi tedeschi, inglesi o statunitensi. Un altro ottimo segnale.

    Nonostante si fosse parlato anche d’istruzione la realtà universitaria era praticamente assente, segno che le parole del ministro non sono che veritiere: “C’è chi il lavoro lo cerca, c’è chi lo aspetta e c’è chi se lo crea. Dobbiamo introdurre a tutti i livelli scolastici la conoscenza anche di quest’opportunità”. “Educare quindi i più giovani allo stimolo della conoscenza, insegnando loro a fare impresa”. Sicuramente parole di un certo peso e che non posso che augurarmi di vedere messe in pratica il prima possibile.

    Riassumendo: una giornata sicuramente molto positiva, che pone le basi per un rinnovamento del sistema, posto che ci sia poi la volontà politica di discutere in parlamento di questi temi. La realtà startup italiana non è che all’inizio, ma gli esempi sono già promettenti, primo su tutti H-Farm, che si è meritata (a buon titolo) i complimenti degli ospiti internazionali presenti.

    Chiudo riprendendo una frase che probabilmente non ha bisogno di troppe spiegazioni: se si fa nel resto del mondo perché non si può fare anche in Italia? Pretendiamo che sia così, aggiungerei io.

  • Brasile, terra di opportunità per le PMI Italiane

    Brasile, terra di opportunità per le PMI Italiane

    15 regioni, 230 Imprese Italiane, 4 giorni di incontri bilaterali e 600 operatori commerciali e rappresentanti Istituzionali Italiani e brasiliani coinvolti.
    A cosa si riferiscono questi numeri? Ad una missione imprenditoriale di 4 giorni appena conclusasi in Brasile con il supporto dell’Ice e guidata dal sottosegretario del ministero degli affari esteri Marta Dassù.

    Settori coinvolti?

    • Nautica;
    • Green economy;
    • Agroindustria;
    • Energia;
    • Automotive;
    • Edilizia;
    • Housing sociale;
    • Legno-arredo;
    • Logistica;
    • Moda;

    Regioni coinvolte?

    Marche (Regione coordinatrice), Veneto, la Provincia autonoma di Trento,  Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria
    La missione ha avuto diverse tappe ed ha toccato la città di San Paolo, San Josè Dos Campos, Curitiba, Santos e Belo Horizonte portando gli imprenditori italiani a “toccare con mano” le potenzialità Brasiliane.

    Il Brasile è stato individuato come paese prioritario nel piano made in Italy del Ministero dello Sviluppo Economico, anche in considerazione della possibilità di trovare sinergie collegate all’anno dell’Italia in Brasile nel 2011/2012 (“Momento Italia-Brasile”), e allo svolgimento in questo Paese della Coppa del Mondo di Calcio nel 2014 e delle Olimpiadi nel 2016.

    Un pò di numeri:
    Il Prodotto Interno Lordo Brasiliano è stimato in crescita del 3,2% nel 2012 e può contare su riserve internazionali di circa 360 miliardi di dollari.
    700 sono le filiali di imprese italiane già presenti in Brasile e grazie alla missione è stato dato un nuovo impulso alla relazione Italia-Brasile con oltre 4.000 richieste di incontri business.
    Da sottolineare infine come l’export Italiano ha fatto registrare un + 24% nell’ultimo anno proveniente per il 54% da PMI. Possibilità di crescita? Moltissime.

    Guarda il video Missione Sistema Italia Brasile

    Per maggiori informazioni sugli esiti dell’iniziativa e sui protocolli di intesa firmati clicca qui.

    Foto: By Tex via flickr, C.C. Attributions.
  • L’e-commerce galoppa nel 2012

    L’e-commerce galoppa nel 2012

    A dispetto del commercio “reale”, il commercio elettronico nell’ultimo anno galoppa a ritmi vertiginosi.
    Il fatturato del commercio elettronico ha raggiunto la quota di 19 miliardi di euro nel 2011, un aumento di circa il 32% rispetto all’anno precedente, cifre incredibili se paragonate all’andamento statico o addirittura negativo del commercio “reale”.
    Il settore che traina maggiormente il commercio elettronico è il tempo libero (55%), seguito dal turismo (24,5%) e dalle assicurazioni (6%).
    Nonostante il periodo sfavorevole per il commercio in generale, la rete ottiene un rendimento migliore rispetto alla tradizionale distribuzione, sia per i prezzi spesso più bassi e sia per la maggiore varietà di prodotti a disposizione del consumatore.
    La presenza italiana resta limitata, anche se oggi più numerosa del passato, le nostre imprese sentono comunque la necessità di ampliare verso l’estero il loro business non solo per creare maggiori ricavi ma anche per poter competere con la concorrenza internazionale, si sottolinea inoltre che poco meno del 33% delle imprese italiane non vende prodotti all’estero.
    Secondo le stime, il 2012 dovrebbe chiudersi con un fatturato di circa 25 miliardi di euro.
    Nel frattempo, in questo periodo, il governo dovrebbe dare attuazione alla direttiva europea 2009/136/CE in merito alla nuova regolamentazione inerente all’utilizzo dei cookies, i file che le aziende depositano nei nostri pc per tracciare i nostri comportamenti in rete (in maniera anonima), molto utili per le imprese che utilizzano il commercio elettronico per capire le dinamiche comportamentali dei consumatori riguardo ai loro prodotti.
    Il nostro governo in merito ha varie possibilità per recepire la direttiva comunitaria e la scelta di una soluzione rispetto ad un’altra potrà avere implicazioni, anche di rilievo, per quel che concerne la privacy dei consumatori in rete.

    Foto: By Fosforix via Flickr, Creative Commons Attribution