Categoria: Economia

  • La qualità? L’asso nella nostra manica!

    La qualità? L’asso nella nostra manica!

    Martedì 10/04/2012 su Radio24 Lars Petterson, ad di IKEA Italia, commentando la decisione dell’impresa che amministra di spostare parte della produzione dall’Asia all’Italia commenta:  “la verità è che sull’Italia vogliamo investire di più. Stiamo molto attenti alle scelte logistico ambientali e abbiamo scelto questo paese perché abbiamo un’ottima esperienza con i fornitori e la loro qualità: hanno dimostrato di essere molto flessibili sui cambiamenti dei prodotti”, aggiungendo che “Per noi di Ikea la flessibilità del lavoro, l’articolo 18, per intenderci, non è un problema, quanto l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica”.

    IKEA già ha un’ottima esperienza con il Nord Est, avendo come area prioritaria di approvvigionamento il Veneto (38% degli acquisti), seguito poi da Friuli (30%) e Lombardia (26%). In pratica l’8% totale degli approvvigionamenti del gruppo avviene in Italia, con la bilancia commerciale a favore dell’Italia (con 7% di acquisti), con le cucine a fare da padrone: una cucina su tre venduta da IKEA è fabbricata in Italia. IKEA insomma sta adottando la stessa strategia di rientro di molte industrie tedesche.

    Come commentare? Nel caso di IKEA non si parla esattamente di “Made in Italy”: il design non è italiano e il prodotto non viene venduto come “Made in Italy”.

    Si parla però di qualità “Made in Italy”, ovvero ciò che ci contraddistingue e ci ha sempre contraddistinto. IKEA stessa ce lo riconosce e ha investito in noi nonostante i problemi burocratici e politici. I produttori di automobili tedeschi ci riconoscono la stessa qualità e si affidano a noi per molti pezzi ad alta precisione. E in molti casi chi fornisce è un industria di dimensioni medio piccole.

    Infastidisce un po’ leggere articoli che ci descrivono come i nuovi cinesi. Vero è che ora la manodopera asiatica costa di più ed è una scelta naturale per i “big” tornare in Europa: ora conviene pagare di più la manodopera piuttosto che avere prodotti fatti male e reclami da parte dei clienti. Però è anche vero che per la maggior parte la manodopera incide in modo marginale nei costi di produzione, entro il 10% circa.

    C’è da chiedersi invece perché non si sia riusciti a dimostrare prima la qualità, ad ottimizzare i processi e a fermare l’emorragia.

    Il problema è stato culturale: per un certo periodo, complici certi commercialisti e strategici, è stato meglio produrre a basso costo piuttosto che innovare, creando catastrofi nei distretti produttivi e, diciamolo, facendo il gioco degli altri. Si è guardato solo il breve periodo alla fine dei conti. Vero è che i costi erano infinitamente più bassi ma… quanti resi? Quanti prodotti ben al di sotto dei minimi standard qualitativi? Conveniva (forse) solo perché costava pochissimo produrre. Ma i costi logistici, la poca flessibilità data dai tempi di trasporto e dalle distanze ci sono sempre stati.

    La strada resta quindi oggi la qualità attraverso l’innovazione, ricordandosi la lezione asiatica sulla delocalizzazione selvaggia: l’ottimizzazione del processo produttivo resta fondamentale, come resta fondamentale la necessità di essere sempre dinamici e non dare per scontate le situazioni di benessere. Il nostro capitale umano è di valore inestimabile e può fare più di cento industrie con manodopera a costi stracciati. Bisogna solo saperlo e, soprattutto, volerlo sfruttare come si deve.

    La concorrenza cinese non è più una scusa per lamentarsi. Dobbiamo cercare altre scuse o, finalmente, ci mettiamo ad innovare e pretendere di più dai nostri politici?

    Foto: IKEA sign by kaktuslampan via Flickr. CC attribution
  • Le Srl semplificate ad un euro (ssrl) e la bozza dello statuto

    Le Srl semplificate ad un euro (ssrl) e la bozza dello statuto

    Entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione deve essere predisposto uno statuto standardizzato in merito alle società a responsabilità limitata semplificate.

    Tale statuto dovrebbe quindi essere pronto entro Maggio 2012 e dovrebbe dare il via, finalmente, all’avventura delle srl ad un euro nel sistema normativo Italiano.

    DI cosa si “occupa” lo statuto?

    • Regole sull’amministrazione e sulla rappresentanza;
    • Le materie di competenza dell’assemblea e degli amministratori;
    • Le regole sugli aumenti di capitale e sui finanziamenti dei soci;
    • Disciplinare il recesso e l’esclusione del socio;
    • Approvazione bilancio;
    • Norme sullo scioglimento della società;

    Cosa è stato anticipato dal Sole 24 ore in merito?

    Il ministero della Giustizia ha terminato la bozza dello statuto (manca ancora il passaggio chiave al ministero dell’Economia.) Lo Statuto ha assunto una fisionomia “minimalista”… che vuol dire?
    Vuol dire che per quello che lo statuto non dice valgono le normali misure disposte dal codice civile in materia di società a responsabilità limitata.
    Massimo spazio verrà invece lasciato ai soci per quel che concerne le norme di amministrazione e controllo a patto che la figura dell’amministratore sia sempre ricoperta da un socio.

    Il limite anagrafico? Confermato

    • Escluse in maniera definitiva le persone fisiche con età superiore ai 35 anni (nonostante le critiche arrivate da più fronti in merito alla discriminazione che si verrebe a creare)
    • Escluse tutte le persone giuridiche dalla possibilità di divenire soci, il che vuol dire società, associazioni e fondazioni

    Il capitale invece?

    Il capitale ha ora un tetto massimo di 9.999 €. Quindi confermato un capitale sociale a partire da un euro. Tale capitale sociale dovrà essere interamente versato nelle mani degli amministratori e non in banca (come avviene normalmente per tutte le società di capitali.) ATTENZIONE che il capitale da 1 € fino a 1000 € potrà essere versato anche in contanti all’amministratore mentre per importi superiori il versamento dovrà essere tracciato.

    Nota dolente di questo tipo di srl?

    Non sono state previste ulteriori forme specifiche di agevolazione fiscale al di là di quelle previste al momento della costtuzione. Questo vuol dire che all’atto pratico si costituisce una srl semplificata ma poi si è totalmente soggetti al regime della srl (soprattutto il regime fiscale) a meno che non si rientri nel regime dei minimi.
    Costi vivi? qui.

    Foto: By Fotero, C.C. Attributions 

    Ti interessa invece capire meglio come funziona il regime dei minimi e le agevolazioni di Invitalia? Controlla qui.

  • Vinitaly 2012 e l’export del vino Italiano

    Vinitaly 2012 e l’export del vino Italiano

    Il 28 Marzo 2012 è terminata a Verona la 46° edizione di Vinitaly ed è stata un’edizione del tutto nuova rispetto alle precedenti in quanto la formula adottata è stata una formula che potremmo definire “business” nel senso che è stata orientata maggiormente alle imprese, espositori e buyer.

    Tre giorni su quattro sono stati dedicati al business ed al pubblico è stato lasciato solamente un giorno (invece che due come succedeva nelle edizioni passate.)
    La formula
    è stata decisamente accolta in maniera positiva dalle imprese e non ha però portato (come si temeva) ad un brusco calo delle presenze.

    I visitatori totali del 2011 sono stati 150 mila mentre quest’anno ne sono stati registrati 140 mila ma si è decisamente puntato maggiormente sul lato impresa.
    I visitatori esteri
    sono decisamente aumentati di numero portandosi ad un 35% delle presenze totali.

    Cosa vul dire estero? Vuol dire USA, Canada, India, Sudamerica ma soprattuto vuol dire paesi asiatici con Cina in top.
    Il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani ha sottolineato che

    “il dato per noi più significativo è l’ingresso de buyer cinesi nella top ten dei visitatori internazionali e il consistente recupero anche degli operatori giapponesi.”

    Il resto della top ten nell’esportazione dei nostri vini Italiani include anche Russia, Nord Europa, Francia e Germania.
    Inoltre il presidente di Federvini, Lamberto Vallarino Gancia ha affermato

    “E’ stato il Vinitaly dell’export.”

    Eccellenza Italiana quindi riconosciuta a livello mondiale, buyer internazionali, professionisti del settore provenienti da tutta Italia per esporre i loro prodotti. Qualità la parola d’ordine.
    Positivissimo il commento su Vinitaly 2012 anche da parte del mondo delle imprese Italiane espostitrici che sottolineano come questa fiera dei vini stia diventando sempre più professionale e competitiva.

    Export quindi. Ma quanto vale l’export nazionale di vino?

    Circa 4,4 miliardi di Euro (secondo un’elaborazione dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino.)
    Se teniamo conto delle presenze internazionali di Vinitaly e dei numeri in euro collegati all’export ci possiamo rendere conto di come sia sempre più vitale per le imprese produttrici di vino “piazzare”  i propri prodotti all’estero.

    Ma in Italia e all’interno del nostro mercato? Non si vende più?

    Il punto focale di questa questione risiede in un consumo medio procapite ridotto, è infatti stato sottolineato dalle elaborazioni dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino che nel 2010 consumavamo in Italia 40,7 litri procapite e le stime per il 2011 vedono questo dato in calo a 37,9 litri.
    In Veneto c’è un modo di dire e suona così:

    “L’acqua marsisse i pai” (L’acqua fa arrugginire i pali)

    Teniamone conto in tutta Italia, aumentiamo l’export di vino ma anche la vendita nazionale.

    Prosit.

     

    Foto: by br1dotcom via Flickr, C.C. Attribution.
  • Srl ad un euro (SRLS)… quanto mi costi (sul serio)?

    Srl ad un euro (SRLS)… quanto mi costi (sul serio)?

    Il 29 agosto 2012 è entrato in vigore il del Dm Giustizia 138 del 23 giugno 2012 (Gazzetta Ufficiale n. 189 del 14 agosto 2012), che permette la costituzione della SRLS, meglio nota come “Srl ad un euro”.

    Molte sono state le richieste ed i contatti (di cui vi ringraziamo) che abbiamo ricevuto da voi lettori per conoscere qualche particolare in più sulle srl aventi un euro di capitale sociale per I giovani under 35.

    Già in precedenza ci siamo chiesti se la srl ad 1 € risolva i problemi e ne abbiamo analizzato i risvolti pratici.

    L’obiettivo del provvedimento è essenzialmente quello di far “girare l’economia” soprattutto nell’ambito giovanile in modo da incentivare I giovani under 35 ad investire su sè stessi e sulle proprie idee.
    Quest’obiettivo lo si vuole perseguire riducendo i costi, sia a livello di capitale sociale, sia a livello di investimento effettivo iniziale.

    Una prima precisazione

    Nel decreto sono specificati due nuovi tipi di società:

    • Srls per i soli under 35 (con esenzioni spiegate di seguito);
    • Srlcr, ovvero Società a Responsabilità Limitata a Capitale Ridotto (per under e over 35, senza esenzioni).

    SRLS: quanti soldi ci sono da sborsare?

    Lo scopo primario è quello di ridurre i costi vivi a livello societario, che effettivamente tra bolli e registri scoraggiano e limitano grandemente il fare impresa.
    Facciamo chiarezza.

    Le SRLS sono esenti da:

    • Diritti di segreteria;
    • Onorari notarili;
    • Diritti di bollo.

     


    Risparmio effettivo dovuto all’esenzione da:

    • diritto di segreteria90 € (pagamento telematico) o 120 €  (supporto informatico digitale);
    • imposta di bollo65,00 €;
    • oneri notarili, che porta ad un risparmio complessivo a partire da 600 €.

     Da pagare di sicuro invece?

    • Imposta di registro168,00 ;
    • Tassa annuale per la numerazione e bollatura dei libri e registri sociali pari a 309,87 ;
    • Diritto annuale fisso di iscrizione alla competente Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura, 200 / annuali.

    TOTALE DEL RISPARMIO? Attualmente sommando quando previsto ci si aggira sui 750 .

    Come anticipato in precedenza nei risvolti pratici della srls, lo statuto per questo tipo societario non è modificabile. Pena la perdita dei privilegi sopra citati, è necessario aderire alla forma standard imposta.

    La SRLCR e le modifiche allo statuto

    Questo tipo societario entra in gioco se si dovesse ricadere tra gli Over 35 o (secondo un orientamento non ancora pienamente confermato) si volesse uscire dallo schema dello statuto standard, volendo sempre mantenere il beneficio del capitale ridotto. ll modello della SRLC non prevede le esenzioni sopra citate. Bisognerà quindi tornare a sborsare con le modalità normali previste dalla normativa prevista relativa alla srl attuale: notaio e oneri vari.

    Sarà quindi necessario, a seconda dei casi, o adottare fin dal principio questo modello, oppure operare una trasformazione successiva (con i dovuti costi). Stesso dicasi nel caso che uno dei soci compia il 35esimo anno di età. Da precisare che, secondo le attuali interpretazioni, il passaggio da uno all’altro tipo societario non è un’effettiva trasformazione societaria, ma solo un cambio di statuto (a riguardo un approfondimento).

    Una nota molto importante riguardo il capitale sociale

    Il conferimento iniziale resta sempre a partire da solo un euro (con il limite di 9,999 € e sono esclusi altri tipi di conferimenti diversi dal denaro); ma, rispetto alla formulazione iniziale, ora è previsto un accantonamento annuo degli utili pari al 25%, sino al raggiungimento dei 9.999€ (sulla falsariga del modello tedesco).

    Un’ultima precisazione

    ll regime dei minimi e i modelli societari sopra elencati non sono da confondere: il regime dei minimi si applica solo ai singoli imprenditori individuali (professionisti/ freelancer) e non prevede nessun adempimento di tipo societario; gli altri sono vere e proprie società dotate di personalità giuridica e autonomia patrimoniale.

    Documenti

    Statuto_Srl_semplificata

     

     

  • Linkedin: aumenta le tue vendite e la tua popolarità

    Linkedin: aumenta le tue vendite e la tua popolarità

    Okay, sei su facebook da ormai almeno un paio di anni, poi, magari, hai deciso di “farti” anche Twitter… Ma Linkedin? Linkedin l’hai sempre evitato e ne sei sempre stato alla larga. Troppo complicato. Solo per mega professionisti dal curriculum invidiabile?
    Non ne capisci l’utilità e non credi che possa essere uno strumento valido?
    Molte persone sono confuse (almeno in Italia) in merito a Linkedin e la pensano così.

    Se ci fai caso oramai su Facebook sono registrati quasi più nonni che studenti delle superiori e allora perché non sperimentare Linkedin e dare una “spintarella” al tuo business e alle tue qualifiche?

    Se ti senti troppo giovane per un network così “serioso”… Bè ti assicuro che non lo sei dato che il raggio di estensione professionale che riesce a raggiungere linkedin arriva sino a ragazzi che hanno raggiunto la maturità nel 2011. Quindi a meno che tu non sia ancora all’ultimo anno di superiori stai leggendo il post giusto.

    Attenzione: ti ho parlato di superiori e indirettamente di qualifiche professionali ed accademiche ma non sono l’unico aspetto rilevante, qui stiamo parlando di business, possibilità di creare network e crescita.
    Non c’entra solo la laurea, qui c’entra la tua storia, le tue skills e quello che puoi offrire al mercato.

    In definitiva? Se non sei su Linkedin stai perdendo del tempo (e tempo spesso equivale a soldi e questo lo sai).

    Ecco 5 ragioni per cui VUOI imparare ad usare abilmente LInkedin:

     #1 Fatti Trovare

    Linkedin non è solo fatto per trovare contatti. È pensato principalmente per farti trovare. Fai attenzione ad ogni parola che usi nella creazione del tuo profilo poiché potrebbe essere proprio ciò che qualcuno sta cercando…  E indovina? Verrà a contatto con la tua esperienza e con le tue abilità.
    Assicurati quindi che tutte le TUE parole chiave siano inserite nel tuo profilo. Qualsiasi siano le tue qualifiche, falle diventare parole chiave.

     #2 Costruisci il tuo brand in maniera professionale

    Sono sicuro che non lo sai che Linkedin ha attualmente 135 milioni di utenti registrati in tutto il mondo. Praticamente un gigantesco pagine gialle per professionisti. Sinceramente? Il fatto che tu non sia ancora su linkedin potrebbe costarti un bel po’ a livello di credibilità. Crea il tuo profilo, entra a far parte dei gruppi di tuo interesse. Ci vorrà del tempo (non poi molto) ma ti ripagherà al 100%, investimento sicuro (non sono una banca, puoi fidarti del mio rating…)

     #3 Networking ottimale

    Se sei un imprenditore, uno startupper, un libero professionista o un libero pensatore bè sicuramente sei anche un networker. Se vuoi creare netwrok online per trovare nuovi partner per il tuo business, se vuoi cercare potenziali nuovi clienti... Usi twitter? O facebook?
    Certo sono validi strumenti social ma non dispongono di tutte le informazioni che linkedin ti può fornire in merito ai profili professionali degli utenti. Pensaci, puoi cercare per parola chiave, per regione, per città, per qualifica professionale, per esperienze passate, puoi creare gruppi di interesse. Se non sono degli ottimi strumenti per fare network questi.

     #4 Linkedin è in movimento

    Una caratteristica che di sicuro non appartiene a linkedin è la staticità. Cosa intendo? Non puoi semplicemente creare un profilo utente “a caso” senza prendertene cura. La tua iscrizione non si risolve in un nome utente e password. Linkedin si muove con te nel senso che come la tua vita professionale è sempre in movimento così deve essere anche il tuo profilo. Aggiorna le esperienze, aggiungi tutti gli aspetti rilevanti della tua attività. Pensa a linkedin come ad una vetrina per te stesso.
    Se dovessi vendere una macchina avresti più probabilità di venderla tenendole pulita e lucidata e bella in mostra in una vetrina in centro città o parcheggiandola in un parcheggio sotterraneo di un centro commerciale in periferia?

     #5 Dai valore a ciò che fai, a ciò che sai e a ciò che sei

    Linkedin puoi darti molto di più di quanto puoi immaginare ora. Puoi dare un valore aggiunto all’attività che stai svolgendo, puoi sottolineare in ambito nazionale (o internazionale) le tue competenze e puoi conseguentemente dare più valore a te come persona. Se sai un’altra lingua oltre all’italiano, sfruttala, espanditi il più possibile e usa ciò che sai.
    Sono certo che non sei mai stato con le mani in mano nella tua vita e sai che la pigrizia uccide gli affari…  quindi perché dovresti farti sfuggire una delle possibilità professionali più utili della rete?

    Prossimamente ti spiegherò più in dettaglio come ottimizzare il tuo profilo, intanto? Iscriviti.

  • Perchè la Germania continua a crescere?

    Perchè la Germania continua a crescere?

    Nel panorama europeo in questo periodo la Germania si presenta come l’unico paese che non conosce perdite e in continua crescita. A completare il quadro si sente parlare molto di disoccupazione a livelli minimi tanto che le aziende di reclutamento si trovano costrette a cercare cervelli e manodopera qualificata all’estero.

    Aggiungendo anche il parametro dello spread, ultimamente il paese viene preso come modello di riferimento per ovvie ragioni.

    A mio avviso, il problema di molte di queste analisi è che si soffermano solo sui numeri: viene detto che gli stipendi sono più alti che da noi (e, la smentita di un paio di giorni fa da parte dell’ISTAT non è esattamente veritiera), che i livelli di occupazione sono più alti, dati, grafici e tabelle incomprensibili a seguito. Ma non si parla mai del perché in tal paese le cose vadano bene, dell’origine di questo benessere.

    Dividendo la mia esistenza tra i due paesi, posso parlare per dati di fatto e non per sentito dire o partito preso. Detto questo, possiamo procedere al punto: la Germania sta bene perché le persone che ci abitano vogliono stare bene.

    Cosa vuol dire? Ma anche a tutti noi piace star bene!

    La differenza è appunto tra l’aspirazione e il mettersi all’opera. Come si spiega altrimenti il fatto che in Germania abbiano sede alcune tra le più grandi multinazionali al mondo, ad esempio?

    È necessario quindi analizzare alcuni dettagli.

    Per prima cosa lo stato tedesco funziona abbastanza bene. Come in tutti i posti, pure lì a volte ci si trova di fronte ad alcune assurdità burocratiche. Ma non capita così spesso. Quello che capita spesso è che invece il modo di produrre documentazione non cambi mai. L’idea è trovare un metodo che funzioni e non abbandonarlo (sembra logico ma…). Omogeneità è qui la parola chiave. In questo modo le persone non perdono il loro tempo in procedure inutili e resta più tempo per fare altro di più importante. Nondimeno il sistema fiscale è abbastanza trasparente.

    La gente è quindi molto attaccata ai diritti conquistati negli anni e, se non viene dato un valido motivo per cui la forma di tutela di un diritto debba essere cambiata, i cittadini non sono molto disposti a scendere a compromessi. A maggior ragione se le modifiche vadano a toccare il portafoglio o il tempo personale.

    Il mondo del lavoro

    Qui è il punto dove la differenza si vede più marcata: a noi piace chiacchierare, vivere nel nostro orticello, farci riverire dai sottoposti, metterci in mostra. Tu che stai leggendo, con un po’ di onestà, dovrai ammettere che è così. Loro invece sono pragmatici e rincorrono l’occasione a tutti i costi. Certo, sono anche loro persone e quindi non tutti sono perfetti. Ma la differenza c’è ed è quello che fa correre il sistema alla massima velocità.

    Soprattutto fare business non è criminalizzato e la gente coopera all’interno delle realtà produttive.

    Un paio di esempi:

    1. L’imprenditore tedesco sa che ha bisogno di un team alle spalle. Cerca di formare la gente, non di sfruttarla. Forma oggi per incassare il triplo domani.

    2. Un dipendente può contestare il capo, se ne ha valide ragioni, e, comunque, a fine sera entrambi possono andare a bersi insieme qualcosa al bar. Come se non fosse successo niente (qui parlo per esperienza personale).

    La morale? Poco importa il ruolo, l’importante è arrivare al traguardo. Tutto il resto è tempo perso.

    Cosa manca a noi?

    Descritto così sembra un paese delle meraviglie: anche lì ci sono problemi. Magari diversi rispetto i nostri ma ci sono. Ma non si arriva mai alla situazione d’emergenza, come spesso da noi capita.

    Rispondendo alla domanda: a noi manca un salto culturale, una svolta a 360°. Supponiamo che domattina ci sia uno stato che funziona e gli stipendi raddoppino da sera a mattina: cambierebbe qualcosa?

    A mio avviso, No.

    Se non si capisce che è necessario focalizzarsi sullo stare bene, sul lavorare per un obiettivo comune, sul fare squadra e fare business… ci ritroveremo ancora una volta in uno stato che, di nuovo, non funziona e dove la gente continuerà a lamentarsi di tutto. Senza prendere iniziativa alcuna.

    Sveglia! Gli altri corrono, vuoi correre anche tu?

  • Che cos’è il factoring?

    Che cos’è il factoring?

    Durante questo ultimo periodo si sente spessissimo il termine factoring collegato (nella maggior parte dei casi) al termine impresa e PMI.
    Ma cos’è il factoring?
    Il factoring, come puoi ipotizzare dal nome, è una forma negoziale di matrice inglese e non ha una propria traduzione in italiano ma il concetto ti sarà chiaro tra poche righe. Iniziamo.

     

    Il factoring è essenzialmente un contratto con due soggetti attivi coinvolti:

    • Una società specializzata, denominata Factor;
    • Un impresa che si chiama Cedente;

    In sostanza in questo contratto il factor acquista a titolo oneroso crediti NON ancora esigibili di un’impresa cedente così denominata in quanto cede tutti i crediti presenti e futuri scaturiti dalla propria attività imprenditoriale.

     Ma cosa ci guadagnano entrambe le parti da questo contratto? Perchè dovrei cedere i miei crediti imprenditoriali ad un factor?

     Ovviamente il guadagno c’è per entrambi le parti ed essenzialmente l’impresa cedente ottiene dal factor una lunga serie di servizi, dietro un corrispettivo consistente in una commissione.

    Quindi l’impresa cede in sostanza i suoi crediti al factor, il quale dietro una commissione offre dei servizi all’impresa stessa.

    Qui in sostanza va evidenziata la caratteristica più importante, ovvero la cessione dei crediti non rappresenta il fine ultimo dell’accordo, ma lo strumento attraverso cui è possibile l’erogazione dei servizi da parte del factor.
    E’ prassi costante che il factor conceda all’impresa cliente ANTICIPAZIONI sull’ammontare dei crediti gestiti.

    La cessione può avvenire in due modi differenti:

    • Lasciando al cliente il RISCHIO dell’eventuale insolvenza dei debiti ceduti (Pro Solvendo);
    • Il factor si assume il rischio di insolvenza dei debiti ceduti ed in casi di inadempimento di questi ultimi non potrà richiedere la restituzione degli anticipi versati al cliente (Pro Soluto);

     Ma quali sono i servizi che il factor può offrire?

    • Il primo e più essenziale punto l’abbiamo appena accennato e riguarda la funzione di anticipazione – l’impresa cedente riceve l’importo dei crediti ceduti, prima della loro scadenza; a tale importo viene dedotto un corrispettivo, che costituisce il guadagno del factor;
    • assistenza legale nella fase di recupero dei crediti;
    • contabilizzazione, amministrazione, gestione, incasso e smobilizzo dei crediti;
    • valutazione dell’affidabilità della clientela;

    Ma perchè risulta così fortemente in crescita questo tipo di contratto?

     Essenzialmente come avrai capito dietro il contratto di factoring si cela un’operazione di finanziamento dell’impresa cliente e come è stato sottolineato prima la cessione dei crediti non rappresenta il fine ultimo dell’accordo.

     E la legge cosa dice del factoring?

    Il punto di riferimento è costituito dalla legge n.52 del 1991 (relativa all’acquisto dei crediti d’impresa) che ha previsto l’istituzione di un albo delle imprese che praticano la cessione dei crediti d’impresa.
    Nell’ordinamento italiano il factoring risulta comunque essere un contratto atipico che trova applicazione in presenza di determinati presupposti:

    • Il cedente deve essere un imprenditore;
    • Il factor deve essere una società o ente iscritto in un  albo tenuto dalla Banca d’Italia (una banca o n’intermediario finanziario);
    • I crediti che vengono ceduti devono riguardare I contratti stipulati dal cedente nell’esercizio dell’impresa;

    Per quel che riguarda l’oggetto della cessione:

    • La cessione di crediti esistenti
    • La cessione dei crediti è ammessa anche prima della stipula dei contratti che li origineranno;
  • Arriva lo statuto della Fondazione Europea

    Arriva lo statuto della Fondazione Europea

    La data dell’8 febbraio 2012 rimarrà una data memorabile per tutte le fondazioni europee. Dopo 14 anni di dalla creazione di una vera e propria task force  incaricata di promuovere uno statuto europeo per le fondazioni sembra sia finalmente possibile tirare un primo sospiro di sollievo.

    Da tempo le fondazioni europee chiedevano a gran voce a Bruxelles l’adozione di uno strumento giuridico comune che potesse garantire in tutto il territorio UE il medesimo status e gli stessi benefici
    Il problema principale delle fondazioni spostandosi in altri territori Europei è sempre stato quello di dover investire per colmare le differenze esistenti tra ordinamenti giuridici nazionali. Se una fondazione decide di operare all’estero deve investire parte dei suoi fondi in consulenze giuridiche in modo da poter soddisfare i requisiti legali e amministrativi dei singoli ordinamenti nazionali con conseguente diminuzione dei fondi disponibili per ricerca e sovvenzione di progetti.

    La parola d’ordine che le fondazioni volevano giungesse all’orecchio della Commissione Europea era armonizzazione. E così è stato. L’8 febbraio la Commissione Europea ha avanzato una proposta di statuto che punta ad istituire un’unica forma giuridica europea, la “Fondazione Europea (FE)” identica in tutti gli stati membri (vedi Italia Oggi del 9 Febbraio 2012).

    Lo statuto riguarda più da vicino le fondazioni di pubblica utilità che risultano essere la maggioranza. La Fondazione dovrà avere determinati requisiti principali quali:

    • La FE dovrà dimostrare il suo scopo di pubblica utilità;
    • La dimensione transfrontalera;
    • Possesso di un patrimonio minimo di costituzione di 25 mila euro;

    Sarà possibile sia costituire ex novo una fondazione sia convertire in questa nuova forma giuridica un fondazione nazionale già esistente.

     Ma quali saranno i vantaggi più tangibili? 5 punti:

    1. Personalità e capacità giuridica in tutti gli stati dell’unione;
    2. Possibilità di svolgere le proprie attività all’interno dell’UE più facilmente;
    3. Incanalare finanziamenti in maniera più agevole e con meno spese data l’applicazione di norme uguali in tutta l’UE;
    4. Ottenimento di un marchio europeo che renderà la singola fondazione più affidabile e riconoscibile anche a livello transfrontaliero;
    5. Il regime fiscale delle Fe sarà il medesimo regime fiscale applicato alle fondazioni nazionali.
    Michel Barnier

     Michel Barnier, il commissario europeo al Mercato interno, ha dichiarato:

    [quote]L’introduzione di uno statuto europeo ridurrà costi e incertezze, oltre a offrire alle fondazioni maggiore visibilità per promuovere le loro attività e per attirare più finanziamenti grazie a un marchio europeo.[/quote]

     

     

    Da sottolineare che in Europa si contano circa 110 mila fondazioni che erogano ogni anno finanziamenti tra gli 83 e i 150 miliardi di euro in tutti i settori di pubblica utilità, senza tener conto del fatto che sul fronte occupazionale si calcola che circa un milione di persone lavorino a tempo pieno grazie alle fondazioni.

    In conclusione bisogna tener conto del fatto che  la strada da percorrere per l’adozione vera e propria dello statuto da parte dell’UE è piena di ostacoli politici (la Francia ha già manifestato le sue perplessità) e deve essere ancora discussa in Parlamento ed in Consiglio. Confidiamo solamente che ai 14 anni di attesa e di battaglie che le fondazioni hanno compiuto per giungere fino a qui non si rivelino vani e non si dissolvano in un nulla di fatto.

  • Innovazione in Europa? Svezia al top secondo l’Innovation Union Scoreboard

    Innovazione in Europa? Svezia al top secondo l’Innovation Union Scoreboard

    Secondo l’Innovation Union Scoreboard 2011 quasi tutti gli stati membri dell’unione hanno migliorato i loro risultati in tema di innovazione anche se è decisamente importante sottolineare che la velocità di crescita nell’ambito dell’innovazione  sta rallentando in Europa ed il buco da colmare rispetto ad USA, Giappone e Corea del Sud è grande.
    Il maggior “gap” per l’UE-27 rimane essere in termini di innovazione nel settore privato. Sicuramente l’UE è ancora in testa rispetto alle economie emergenti di Cina, Brasile, India, Russia e Sud Africa anche se la Cina in maniera particolare sta guadagnando sempre più terreno.

     Ma su cosa si basano i risultati dell’Innovation Union Scoreboard?

     Essenzialmente si basano su 24 indicatori relativi a ricerca e innovazione e considera i 27 Stati membri dell’UE, la Croazia, la Serbia, la Turchia, l’Islanda, l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, la Norvegia e la Svizzera. Questi indicatori possono essere raggruppati  essenzialmente in 3 categorie principali:

    • Elementi abilitanti:  gli elementi fondamentali che rendono possibile l’innovazione (risorse umane, finanziamenti e aiuti, sistemi di ricerca aperti, di eccellenza e attrattivi);
    • Attività delle imprese: Che rispecchiano in che modo le imprese europee sono innovative (investimenti, collaborazioni e attività imprenditoriali, patrimonio intellettuale);
    • Risultati che mostrano come ciò si traduce in benefici per l’intera economia (essenzialmente gli effetti economici derivanti).

    All’interno dell’UE la Svezia si conferma al top della classifica seguita a stretto passo da Danimarca, Germania e Finlandia (vedi la tabella sottostante). Dalla ricerca risulta evidente come le attività di innovazione delle singole imprese siano uno dei fattori più importanti per raggiungere le più alte posizioni a livello europeo ed internazionale. Il Vice presidente della Commissione Europea Antonio Tajani, commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria ha detto:

    [quote]I risultati di quest’anno sono un chiaro avvertimento del fatto che bisogna fare più sforzi per migliorare il livello di innovazione. Se vogliamo coprire le distanze tra noi e i nostri maggiori partner economici e superare la crisi l’innovazione merita tutte le nostre attenzioni. Conto in modo particolare sulle imprese che hanno dimostrato di essere la chiave del successo nell’ambito dell’innovazione. Ma start-up di successo in altre parti del mondo hanno dimostrato come l’Europa abbia ancora alcune lezioni da imparare.[/quote]

     Chi sono I leader innovative in Europa?

    L’Innovation Union Scoreboard suddivide gli Stati Membri in 4 gruppi:

    • Leader dell’Innovazione: Svezia, Danimarca, Germania e Finlandia;
    • Paesi che tengono il passo: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Slovenia e Regno Unito hanno risultati vicini alla media dell’UE-27
    • Innovatori moderati: Croazia, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria, Italia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna hanno risultati inferiori alla media dell’UE-27.
    • Paesi in ritardo: Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania hanno risultati di molto inferiori alla media dell’UE-27.

    In definitiva dai dati dell’analisi risulta evidente che il  deficit di innovazione dell’Europa deriva innanzitutto dal settore privato.
    Ma quali sono le soluzioni che si delineano per l’Europa?

    • Creazione di condizioni normative e quadro atte a incoraggiare maggiori investimenti del settore privato;
    • Agevolare l’impiego dei risultati della ricerca da parte delle imprese, in particolare tramite un sistema di brevetti più efficiente;

    Per quanto riguarda nello specifico l’Italia le maggiori debolezze derivano dall’indicatore relativo agli investimenti e dalla collaborazione tra aziende transfrontaliere. Infine nel belpaese il maggiore calo è stato registrato nel campo della spesa in innovazione non collegata alla ricerca e sviluppo.
    Per concludere negli ultimi cinque anni la maggiore crescita degli indicatori di innovazione dell’UE-27 si è registrata nei sistemi di ricerca aperti, di eccellenza e attrattivi (co-pubblicazioni scientifiche internazionali, pubblicazioni ad alto impatto, dottorandi extraeuropei) e nel patrimonio intellettuale (deposito di marchi UE, brevetti PCT e disegni e modelli dell’UE).

    Fonte European Commission Enterprise and Industry

  • Le aziende investono ancora sui giovani? Ecco l’indagine del Job Career Center

    Le aziende investono ancora sui giovani? Ecco l’indagine del Job Career Center

    Il Job Career Center, osservatorio della Fondazione CUOA, ha eseguito un’indagine decisamente interessante relativa alla professionalità che vengono maggiormente richieste dalle aziende.

    L’indagine ha coinvolto un campione di 700 aziende ed I risultati raccolti in comparazione con i dati raccolti nel 2010 hanno portato in evidenza un incrementi dele richieste di stage ed inserimento dell’1,93%.
    La crescita non è esponenziale ma il segnale che traspare è sicuramente positivo ed incoraggiante.

    Dall’indagine traspare come la richiesta di alcune specializzazioni sia cambiata dal 2010 al 2011. Ci sono infatti delle aree professionalizzanti che vengono richieste maggiormente dalle aziende rispetto ad altre (e in proporzioni diverse rispetto al 2010)
    Nello specifico:

    • Ricerca e Sviluppo
    • Logistica Produzione
    • Lean

    Questi sono i tre settori che registrano il maggior numero di inserimenti (o stage) in azienda occupando da soli il 19,7% del totale. La richiesta in queste tre aree è aumentata rispetto al 2010 di circa 27 punti percentuali.

    Altre aree positive?

    • Retail
    • Product e Project management (che raggiunge un + 21% nel 2011)
    • Settore acquisti

    Ma quali sono le aree di specializzazione che sono risultate essere in diminuzione?

    • Amministrazione finanza e controllo (richieste che rappresentano da sole un 16,1% del totale)
    • Ambito commerciale e vendite (scese dell’11%)
    • Consulenze (calate addirittura di un 44,8%)

    .. e la Comunicazione ed il Marketing? Stabile a 10,4 punti percentuali sul campione totale.

    Dall’indagine è emerso infine un dato confortante e promettente per quanto riguarda la richiesta elevata di profili junior (con meno di 3 anni di lavoro alle spalle) all’interno delle aziende. Questi profili occupano un 64% del campione ed il segnale che si può intravedere è che si vuole ancora investire sulla professionalità dei giovani che hanno avuto un’adeguata e completa formazione.

    Ma da dove arrivano queste proposte di inserimento? Ecco la classifica:

    1)    Dalle aziende (63%)

    2)    Da società di selezione (32%)

    3)    Da società di consulenza (3%)

    4)    Da banche (2%)

    E geograficamente come sono distribuite le richieste?

    • Il Veneto fa sicuramente la parte del leone visto che il 64,4% delle richieste giunge proprio da questa regione;
    • Le richieste provenienti dalla Lombradia aumentano rispetto al 2010 e giungono ad un 15,3%;
    • L’Emilia Romagna con il 4,2%;
    • Lazio con un 2,5%;
    • Toscana, Frìuli e Trentino con un 1,5%;

    E dall’estero? un 5% delle richieste di inserimento lavorativo arrivano dall’estero  e provengono da Olanda, Germania, Russia, Svizzera, Messico, India, Cina, Belgio, Lussemburgo, Romani, Corea del Sud, Tunisia.

    Infine risulta essere un dato decisamente importante e forse il più incoraggiante per i giovani alla ricerca di occupazione post universitaria il fatto che siano in calo le richieste di stage (che purtoppo non sempre garantisce una effettiva successiva occupazione) rispetto alle vere e proprie richieste di inserimento.

    Fonte AgenziaMedialab